Non vado mai al cinema senza sapere cosa vado a vedere, non me lo posso permettere. Questo non significa che io debba rovinarmi il piacere di un film leggendomi delle recensioni prima di andarci.

Le mie finanze mi costringono a selezionare al meglio tra igeneri che preferisco, ascoltare i consigli delle persone che negli anni hanno dimostrato di avere un certo gusto, e cercando di non perdermi le uscite dei registi che amo.

Woody Allen è tra loro.

Oltre ad essere un autentico genio, ha confezionato negli anni dei capolavori che resteranno nella storia del cinema. “Annie Hall”, “Manhattan”, “Bananas” “Zelig” solo per citarne alcuni. Negli ultimi anni, purtroppo, Allen sembra aver perso lo slancio, confezionando lavori diversi, meno belli dei suoi capolavori sacri, “Match Point” è tra questi, ancora meno riuscito “Scoop”, piacevolissimo “Vicky Cristina Barcellona” seppur non un capolavoro.

Tutto questo è comprensibile, anche per la semplice legge dei grandi numeri, visto l’ingente mole di lavoro che la brillante mente di Allen ha prodotto.

Tuttavia nulla, e nessuno può spiegare la realizzazione di “To Rome with Love”, uno dei film più brutti, mal realizzati, e pessimamente scritti (oltre che doppiati) che io abbia mai visto. Non credo ci sia nulla di salvabile, né la fotografia anonima e piatta, né la colonna sonora quasi ridicola, e canzonatoria. Salverei forse solo le parti liriche, incollate però su una storiellina demenziale.

“To Rome with love” è così fastidioso, noioso e inutile da rendere difficile anche la classificazione come film, e Infatti non lo è.

Una lunga lista di collaborazioni importanti, a cominciare da Roberto Benigni, Alec Baldwin, Penélope Cruz, etc. non basta a trasformare in cinema questo sfacciato spot pubblicitario di 111 minuti!

Dall’inizio del film i protagonisti veri sono bottiglie di Acqua “San Benedetto” e Barattoli di Polpa “Mutti” disseminati un po’ ovunque, sempre con etichette in bella vista, addirittura replicate con adesivi sulla porta del frigo. Pensate che non sia abbastanza? Perché non aggiungere battute confezionate a dovere, tipo: “vuoi dell’acqua?” oppure “Che vi posso offrire?” “Va bene dell’acqua?” Così anche per il caffè, anche lui appositamente sistemato a favore di camera, e potrei continuare a lungo.

Per essere chiari, sono felice che la pubblicità nei film sia stata regolata, le pubblicità occulte degli anni passati, in cui gli attori erano costretti a prendere sigarette compiendo gesti al limite dell’innaturale pur di far ben vedere la marca in camera non sono più necessarie. Quello che contesto a chi ha sborsato per questo scempio è il fatto di non capire che non conta solo il “fare qualcosa”, bensì è fondamentale anche il “come si fa”.

Nello splendido “Million Dollar Baby” di Clint Heastwood si poteva notare il marcato contributo del marchio “Everlast”, ma questo non interferiva con il film, non infastidiva, era presente, si vedeva, mantenendo la sua efficacia senza dover per forza essere didascalico.

Non so perché sia così difficile capire che lo stile con il quale si decide di comunicare è importante tanto quanto il contenuto che si comunica.

Sto parlando di rispetto. Il rispetto di chi paga un biglietto per godersi un film ed è continuamente disturbato da un responsabile marketing che lo infastidisce. Un consiglio spassionato: “in questo modo non vi state creando dei nuovi clienti, stato solo parlando ad alta voce al cinema”. E questa, è mancanza di rispetto, non marketing.