Ieri si è dimessa Renata Polverini, dopo gli scandali sui finanziamenti a pioggia ai consiglieri della Regione Lazio, si chiude una delle più oscene pagine politiche degli ultimi anni. Oscena non solo per gli scandali, ma anche per i toni, lo spessore culturale dei propri attori, il livello scandaloso della gestione della cosa pubblica.

Tornando indietro alle elezioni regionali del Lazio, penso alla sfida Polverini/Bonino, che si è risolta con la vittoria della prima nonostante l’esclusione della Lista del PDL per gravi irregolarità nella presentazione delle stesse.

Sulle motivazioni della vittoria della Polverini se ne sono lette e dette di tutti i tipi, più sulla sconfitta di Emma Bonino in realtà: “Non era appoggiata dalla componente cattolica del PD”, “Era contemporaneamente candidata anche in Lombardia”, “Non era di fronte alla sfida della vita come la Polverini” etc.

Molto meno si è potuto leggere sulle componenti che hanno portato alla vittoria di Renata Polverini, una su tutte, la collaborazione di uno dei maggiori “Spin doctor” italiani Claudio Velardi. Ho avuto modo di parlare con lo stesso Velardi a proposito della campagna della Polverini, e da un punto di vista squisitamente tecnico, credo che abbia fatto un ottimo lavoro, da grande professionista qual è.

Dall’esplosione dello scandalo Fiorito/Batman mi chiedo però se in un piccolo spazio remoto dentro di se, Claudio Velardi, non si senta un po’ in colpa.

Se la Polverini vinse contro la Bonino, parte del merito è anche suo, quindi se la Polverini è stata per due anni e mezzo alla guida della Regione Lazio, fino portarla a quello che lei stessa definisce uno “sfracellamento” un minimo di responsabilità Velardi forse la ha.

Va considerato che, come insegna lo spassoso dialogo tra i protagonisti di “Clerks”, ogni scelta professionale comporta una scelta etica, che può mettere a repentaglio noi stessi.

Io credo Velardi che non si senta affatto in colpa.

Lo credo perché secondo il mio parere all’80% non deve sentirsene: il suo è un lavoro da professionista che viene pagato per una prestazione ben precisa, non spetta a lui porsi questioni etiche e morali sulle conseguenze politiche sociali di una vittoria del proprio cliente. Al pari di un avvocato, si può scegliere di difendere o meno un cliente, basandosi sulle proprie convinzioni, e questa scelta dovrebbe riguardare solo la proprio coscienza e non il giudizio della pubblica opinione.

Credo che però un 20% di quel senso di colpa venga in realtà cancellato per rimozione psicologica e auto-convincimento sulla maggiore importanza di quel’80%.

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