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Mi è capitato di vedere questa immagine su FB, vantava un numero spropositato di condivisioni.

True Story!

La prima cosa che mi ha fatto pensare non è quanto FIFA13 sia meglio del suo rivale PES2013.
Ho pensato che una immagine così io l’avevo già vista, quando da studente facevo il Merchandiser nei centri commerciali e nei megastore dell’informatica.

Probabilmente quest’immagine è frutto di una piccola intuizione… fare una foto subito dopo aver finito di montare il dispenser ma prima di aver disposto tutte le copie di Fifa13 ha dato l’occasione di creare un meme per i social che indirettamente dicesse quale tra i 2 rivali nei videogiochi di calcio fosse il più apprezzato dai giocatori.

Non serve poi molto per innescare una comunicazione virale, a volte anche una piccola intuizione.

Dopo le esternazioni di Guido Barilla chiunque si occupi di comunicazione si è chiesto come avrebbe affrontato quell’immenso terremoto comunicativo che ne è seguito.
La Barilla o chi per lei, ha deciso di chiedere scusa con la seguente immagine e con una lettera di chiarimento sul sito ufficiale.
Personalmente credo che questo sia il minimo sindacale. Io spero che una grande azienda come Barilla, che in passato ha scritto pagine di marketing molto interessanti*, stia preparando uno spot che sappia ribaltare la situazione andando a centrare uno dei “must” della comunicazione: “trasformare un problema in una opportunità”. (In alternativa non faranno nulla, lasciando che cada il silenzio intorno a questo brutto inconveniente, ma tra petizioni e boicottaggi internazionali questo scivolone del Presidente rischia di costare tantissimo all’azienda.)

Quello che impressiona è come una grande azienda come la Barilla (ma per esempio anche come Patrizia Pepe o Abercrombie & Fitch) spesso sembri completamente impreparata a reagire ad una cosiddetta crisi di comunicazione, ovviamente non è così, cioè non sempre.

Quando si genera una crisi di comunicazione la polemica monta in poco tempo ed i meccanismi di diffusione tipici della rete espande il problema a macchia d’olio. Aginare la cosa spesso è impossibile, se non controproducente e trasformare quel problema in una opportunità richiede: tempo, talento, risorse, e molto spesso un’ammissione di aver sbagliato da parte dell’azienda.

Tutte cose molto difficili da realizzare in poco tempo soprattutto mentre i propri competitors fanno “instant marketing” banchettando sulle macerie del disastro:

Un esempio interessante di risposta tempestiva e molto efficace è quella della Next Media Animation che ha risposto in pochissimo tempo al video molto simpatico della sua ex dipendente Marina V. Shifrin che per lincenziarsi aveva deciso di fare questo video:

La risposta dell’ufficio è stata tempestiva e perfettamente calibrata, l’azienda infatti ha rispedito al mittente il video rifacendone un altro a sua volta, cercando di riabilitare la company reputation mostrando i benefit per i dipendenti e molta auto-ironia:

Senza entrare nel merito dei motivi che hanno spinto la Shifrin a licenziarsi in questo modo un po’ vendicativo (che ci faceva in ufficio alle 4:00 di mattina per esempio) l’unica critica che si può muovere alla video risposta dell’azienda è quella di non essere stata originale, ma l’originalità non è tutto.

In tutta questa storia c’è anche chi c’ha guadagnato a sua insaputa (e già capita anche questo) sto parlando ovviamente di Kanye West autore della colonna sonora di questi video virali.

*(tra tutti ricordiamo l’innovativo caso di Co-Creazione con il progetto “Il mulino che vorrei”. Per degli approfondimenti: qui o qui oppure su “Marketing non-convenzionale” di Cova,Giordano, Pallera.)

Sto iniziando a scrivere questo post, e non sono ancora molto certo di cosa voglio realmente scrivere. Grazie a Cornelia Violentilla scopro un grande Designer italiano, un artista, fondamentalmente un architetto. (per sua stessa ammissione)

Leggo un tweet dove la Cornelia Violentilla aveva semplicemente scritto “Un genio…” e poi aveva inserito il video che potete vedere qui sotto.


La mia curiosità mi spinge ad approfondire e anche se di sonno ve n’è in abbondanza, non resisto.

Clicco, leggo e scopro che questo incredibile signore già prima del 1969 aveva pensato che la tecnologia sarebbe stata così presente nella nostra vita che non poteva essere, grigia, brutta, visivamente e tattilmente inumana.

Creo così molti oggetti (macchine da scrivere, calcolatrici, elaboratori) per quella grande azienda italiana che fu la Olivetti. Uno dei suoi capolavori fu la macchina da scrivere Valentine qui sopra.

A questo punto mi vengono in mente tutte le persone (me compreso) che, parlando della Apple e di Steve Jobs, affermano che uno dei suoi grandi meriti sia stato quello di comprendere come la bellezza di un oggetto che usiamo quotidianamente sia importante tanto quanto la sua funzionalità, la sua efficienza, l’utilità etc. etc. Ed è proprio l’aver avuto questa intuizione che gli permise di dar vita a quel brand che ormai è una vera e propria religione.

Capiamoci, come ho già scritto qualche riga fa, io stesso ho detto più volte quella cosa su Steve Jobs. Non solo, questo stesso post è scritto con un MacBook e solo l’ora tarda fa stare tranquillo il mio Iphone.  Ritengo che i prodotti Apple non siano solo dei bellissimi oggetti, ma siano anche di grandissima qualità e che abbiano anche tante altre caratteristiche che li rendano veramente meravigliosi. Quello che sto dicendo è che Steve Jobs non ha avuto quell’intuizione geniale che permise a Sottsass di disegnare la Valentine, l’ha semplicemente riproposta molti anni dopo.

Nel 1979 la Olivetti fondò l’Olivetti Advanced Technology Center (ATC) a Cupertino, in California, proprio a due passi dalla Sede della Apple fondata appena 3 anni prima.

Chissà magari in un bel giorno di sole californiano quel capellone di Jobs era uscito a fare due passi per schiarirsi le idee, quando venne attirato dal ticchettio di una macchina da scrivere su cui un brillante ingegnere dell’Olivetti Advaced Technology Center stava scrivendo una sua relazione godendosi il venticello che soffiava dalla baia di San Francisco, si avvicinò e garbatamente lo lasciò concludere la sua relazione, dopo di che, ci scambiò due battute di circostanza prima di dirgli: “hai una bellissima macchina da scrivere, come si chiama?” ma questa è un’altra storia…